Momenti fragili
NATO contro OTAN: la Groenlandia come specchio delle contraddizioni occidentali
Una terra “appetitosa”, ma non così decisiva
Valutare il futuro della Groenlandia è un esercizio che rasenta il delirio. Non perché manchi ambizione, ma perché manca onestà. Sì, le rotte artiche si stanno aprendo; sì, i minerali rari sono là sotto, congelati da millenni. Ma nessuno sa davvero cosa farà il ghiaccio nei prossimi dieci anni — né tantomeno cosa farà l’uomo, quando il terreno sotto i suoi piedi comincerà a cedere.
Se si dovesse quotare la Groenlandia sui mercati della geopolitica, il prezzo sarebbe fermo da anni. Volatilità bassa, liquidità scarsa, fondamentali deboli. Con un margine di errore dell’1%, la previsione è chiara: nessun cambio di regime. Nessuna rottura strategica. Solo rumore mediatico.
La Groenlandia non è uno scacchiere. È uno specchio — e quel che vi riflette l’Occidente non è potere, ma la sua incapacità di scegliere tra protezione e dominio.
Borgen: finzione o documento di Stato?
Chi guarda Borgen con attenzione non vede solo una serie tv. Vede un atto di legittimazione. La Danimarca non ha bisogno di comunicati ufficiali per difendere la sua sovranità su un’isola che non vuole essere governata da Copenaghen. Le basta Netflix.
La serie è un capolavoro di soft power — sì, ma anche di rimozione. Tutto ciò che è complesso, doloroso, irrisolto (l’autonomia groenlandese, la lingua kalaallisut, il trauma coloniale) viene ridotto a sfondo emotivo. Serve a commuovere, non a interrogare. E così, mentre piangiamo per la premier danese alle prese con le sue notti insonni, dimentichiamo chi davvero non dorme: i pescatori di Nuuk, i giovani senza futuro, quelli che non hanno voce neppure nella fiction che li rappresenta.
Ma
c’è dell’altro. Borgen
non è solo un modo per insegnare
facendo divertire
— è un meccanismo per autenticare
una versione della storia,
non solo agli occhi del pubblico, ma anche a quelli degli altri
poteri.
Attraverso il coinvolgimento emotivo, la Danimarca
trasforma la propria narrazione in qualcosa che sembra
naturale, inevitabile, persino morale. E quando una storia diventa
“appassionante”, smette di essere discussa: viene
accettata.
Così,
la fiction diventa diplomazia. Lo schermo, un tavolo negoziale. E il
pubblico, inconsapevolmente, ne diventa copartecipe — non come
cittadino critico, ma come testimone consenziente.
Non stupisce, allora, che altri abbiano provato a imitare questa formula. Solo che, senza una storia vera da raccontare — o con troppe storie in conflitto tra loro — il risultato suona più come un bollettino vestito da romanzo, che come un racconto capace di convincere. La differenza, si vede, non è nel budget, ma nell’anima.
La “linea rossa” del potere
C’è
una linea, invisibile ma reale, che separa ciò che il popolo deve
sapere da ciò che deve solo subire.
Sotto la linea: immagini,
slogan, crisi mediatiche.
Sopra la linea: accordi segreti, basi
militari, concessioni minerarie.
Questa divisione non è tecnica. È morale. Ed è crudele. Perché ci dice, senza dirlo, che la democrazia è un privilegio riservato a chi non abita ai margini del mondo.
E
quando qualcuno prova a chiedere: “Ma
perché nessuno chiede ai groenlandesi cosa vogliono?”,
la risposta arriva pronta, quasi compassionevole:
“Ma
dài, non complicare le cose. La situazione è semplice.”
È qui che la menzogna diventa perfetta. Non ti dice “sto mentendo”. Ti dice: “Non c’è niente da capire.”
Hannah Arendt lo aveva già osservato negli anni Sessanta: non si tratta più solo di nascondere la verità. Si tratta di costruire un mondo in cui la verità non serve più — perché tutti sono convinti che non ci sia niente di complicato da capire. E così, la finzione diventa normale. E la normalità diventa irreversibile.
“Non rappresentiamo alcuna minaccia”
Otto paesi europei, Paesi Bassi e Finlandia in testa, giurano che le loro truppe in Groenlandia “non sono una minaccia”. Ma chi mai crede ancora che un soldato in un territorio conteso sia neutrale?
Le parole servono a rassicurare, non a descrivere. E forse è proprio questo il dramma: che ormai tutti parlino per non dire niente. Trump minaccia, l’UE risponde con un comunicato, la Danimarca con una serie tv. E intanto, il ghiaccio continua a sciogliersi.
Una distrazione calcolata
La
Groenlandia sta diventando il paravento perfetto. Una “crisi”
utile a nascondere altre crisi:
— il collasso silenzioso
dell’agricoltura europea,
— la guerra infinita con la
Russia,
— la fame che non osiamo più chiamare per nome.
L’UE non ha visione. Ha bollettini. Gli Stati Uniti non hanno strategia. Hanno imprevedibilità calcolata. E noi, cittadini, siamo trascinati in un allarmismo senza radici, senza storia, senza volto.
Ciò
che ci viene dato non è trasparenza, ma il
suo simulacro:
un flusso continuo di informazioni che non spiegano, ma confondono;
che non illuminano, ma riflettono.
Perché la trasparenza vera —
quella che permette di agire, non solo di reagire — non
dovrebbe mai essere un regalo del potere.
Dovrebbe essere il presupposto della nostra partecipazione.
Senza
di essa, non siamo cittadini. Siamo “partecipi di riflesso”:
attori secondari di un copione scritto altrove, convinti di scegliere
mentre recitiamo battute già assegnate.
Conclusione: oltre la NATO, oltre l’OTAN
Forse
il vero conflitto non è tra Washington e Copenaghen.
È tra chi
crede ancora che la politica debba rendere conto — e chi pensa che
basti raccontarla bene.
Tra chi vede la Groenlandia come un luogo
abitato — con storie, lingue, memorie — e chi la vede come un
pixel su una mappa strategica.
La
domanda non è: Chi
controllerà la Groenlandia?
Ma:
Chi
deciderà se il mondo deve essere governato con trasparenza… o con
narrazione?
E
qui, purtroppo, la risposta è amara.
L’Unione Europea, pur
professando valori democratici, sembra aver scelto la strada della
“narrazione competitiva” non per convinzione, ma per
sopravvivenza. Chiunque provi ad aprire le stanze del potere — non
per occuparle, ma per guardarci dentro — incontra un muro di gomma.
E
quel muro non respinge. Assorbe.
Fino a farti dubitare che esista
davvero qualcosa, al di là della linea rossa.
Eppure,
quella linea non è ferma. Corre.
Scorre
invisibile attraverso i continenti, lungo i cavi sottomarini, nei
comunicati stampa, nelle serie tv, nei discorsi rassicuranti. È un
compromesso globale: “Noi
decidiamo cosa è reale. Voi decidete se fidarvi.”
Da questa Africa dove non si sono mai visti i silenzi dei ghiacci, si avverte quel passaggio come un vento caldo e secco: non urla, ma asciuga. Asciuga le parole, le speranze, la capacità di chiedere “perché?”. Perché ormai si sa: se chiedi troppo, ti dicono che stai complicando le cose. E se stai complicando le cose, non meriti di capire.
Ma la verità è un’altra: non è che non capiamo. È che non ci lasciano stare nella stanza dove si decide cosa è vero.
Vorremmo
vedere coi nostri occhi, non con quelli del narratore.
Perché
quel che conta accade prima — nelle stanze chiuse, nei messaggi
cifrati, negli accordi taciti.
E quando la “diretta” arriva al
popolo, non è più diretta: è già ritardo.
Un ritardo studiato,
calibrato, necessario — perché solo così possiamo credere, non
capire.
E così, la dissonanza cresce — non come rumore, ma come assenza. L’assenza di domande ammesse. Di voci invitate. Di mondi ritenuti degni di parola.
Tra
chi scrive la storia e chi la riceve, c’è un tempo.
Non un
tempo neutro, ma uno spazio di potere. È lì, in quell’intervallo,
che si forma il codice più crudele: credi
/ non credi.
Se
credi, sei dentro il tempo condiviso. Se non credi, vieni lasciato
indietro — non come ribelle, ma come irrilevante. Il tempo, allora,
non è più misura, ma sentenza. E ti dice, senza parlare: qui
non c’è posto per chi vede diversamente.
La
Groenlandia, in fondo, non è in discussione.
Lo è il diritto di
guardare il mondo senza dover prima credere alla favola che qualcun
altro sta scrivendo per te.
Perché
le mosse del tempo non le vediamo mai direttamente. Vediamo solo il
loro riflesso: nei dazi, nei bollettini, nelle serie tv.
La
vera sfida non è interpretare il riflesso. È voltarsi, e cercare la
fonte della luce — o dell’ombra.
E se la verità fosse semplicemente quella che non hanno potuto raccontare in serie tv
marco -mm-