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Guardano Davos 2026

 Guardano Davos 2026: oltre l’allarme, dentro il sistema

Scritto da Capo Africa Published: 14:45am, 21 Jan 2026

US President Donald Trump after speaking with reporters at the White House on Tuesday. Photo: AP


DAVOS – Il 56° World Economic Forum si svolge in un clima di apparente urgenza: minacce commerciali, tensioni artiche, rivoluzioni tecnologiche. Le dichiarazioni del presidente Donald Trump sulla Groenlandia — prima irrevocabili, poi mitigate in nome di una “soluzione condivisa con la NATO” — alimentano titoli drammatici. I mercati reagiscono: martedì 20 gennaio, lo Stoxx 600 ha chiuso in calo dello 0,72%. Tutto sembra confermare una narrazione familiare: il mondo è sull’orlo del caos, e i leader devono salvarlo.

Ma questa cornice è fuorviante. Non perché il rischio non esista, ma perché la narrazione stessa è costruita come un codice binario artificiale: emergenza o stabilità, patriottismo o globalismo, caos o ordine. Questa finzione dualistica non serve a informare, ma a nascondere ciò che sta fuori dallo schema — ovvero, la contabilità reale dei costi e dei profitti.

I dazi, le sanzioni, le minacce militari non sono solo strumenti di pressione: sono placebo politici. Non perché siano inefficaci, ma perché la loro funzione principale non è economica, bensì simbolica. Offrono alla collettività l’illusione di protezione, di sovranità recuperata, di azione concreta — mentre i costi reali (inflazione, perdita di competitività, incertezza) ricadono sui più vulnerabili. Eppure, vengono accolti con sollievo. Perché in un mondo percepito come fuori controllo, qualsiasi gesto che simuli controllo diventa terapeutico — anche se non cura la malattia.

Questa dinamica è alimentata da un motore invisibile ma onnipresente: l’economia dell’attenzione. In un ecosistema mediatico che premia solo l’allarme rosso, la moderazione non fa notizia. La complessità stanca; il conflitto attira. Così, ogni dichiarazione estrema — su Groenlandia, dazi, armamenti — viene amplificata, non per il suo contenuto, ma per la sua capacità di generare click, condivisioni, reazioni. Il risultato? Una stanchezza cognitiva diffusa, che rende il pubblico sempre più recettivo a soluzioni semplici, anche quando sono false.

Eppure, dietro questa teatralità, opera un meccanismo ben più concreto. Dazi, crisi e tensioni non appartengono a un asse morale, ma a un circuito economico ben definito. Sono meccanismi di riallocazione: mentre i costi vengono socializzati, i benefici — rendite, protezione di nicchie strategiche, controllo su catene critiche — restano privatizzati.

La manipolazione più efficace non è nell’esagerazione, ma nell’opacità strutturale. I media non ci nascondono “l’altra metà” della verità; ci impediscono di vedere che non esistono due metà, ma un’unica macchina con ruoli asimmetrici. Si grida al disastro della guerra o alla minaccia commerciale non per ignoranza, ma perché questa retorica mantiene intatta la distribuzione del potere: chi paga non conta, chi incassa non viene nominato.

Il caos, allora, non è un’anomalia. È un regime operativo consolidato. Non richiede complotti: basta che nessuno chieda: chi paga? chi incassa? e perché questa domanda non è mai al centro del dibattito?

Parallelamente, a Davos, l’intelligenza artificiale viene celebrata come forza trasformativa. Larry Fink avverte dei rischi di disuguaglianza; Satya Nadella invoca un uso “utile”; He Lifeng presenta la Cina come partner aperto. Sono osservazioni legittime. Ma anche qui manca la domanda fondamentale: chi controlla i dati, chi possiede l’infrastruttura, chi definisce gli standard? L’IA non è neutra: è un’estensione delle strutture di potere esistenti. La sua “neutralità” è la maschera della continuità.

Eppure, nel cuore del Forum, nessuno sembra disposto a rompere la finzione del dualismo. Si preferisce discutere se Trump sia “pericoloso” o “realista”, se i dazi siano “necessari” o “folli”, se l’IA porterà “distopia” o “rinascimento”. Intanto, i flussi di capitale, tecnologia e influenza seguono percorsi ben più lineari: verso chi già detiene posizione, accesso, capacità di tradurre il caos in opportunità.

In questo preciso momento, il discorso di Trump al WEF non ha ancora prodotto un’eco misurabile. Non sappiamo quali frasi verranno isolate, amplificate, distorte o sepolte. Ma proprio per questo, varrà la pena osservare non tanto ciò che ha detto, quanto come verrà raccontato. Perché è lì, nell’eco mediatico, che il messaggio si trasforma in merce — e il caos, in business plan.

La vera sfida del WEF 2026 non è tecnologica, né diplomatica. È epistemologica: come uscire dalla trappola narrativa del binarismo per vedere il sistema nella sua interezza. Finché il dibattito pubblico resterà intrappolato nella logica dell’emergenza — dove ogni evento è catastrofe o trionfo, mai transazione — continueremo a discutere delle ombre, mentre il potere agisce nella luce, senza bisogno di nascondersi.

Perché non deve nascondersi: basta che nessuno guardi nella direzione giusta.
E da qui, da Capo Africa, la visuale è sorprendentemente chiara.

- mm-